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ISSN 2611-8858

Topics

Causation

Causation and epidemiologic evidence: insights from “toxic cases” in the US and in Italy

Proving causation between exposure to toxic substances and long latency disease is often a challenging task. This is clearly showed by the U.S. toxic tort litigation, as well as by the Italian experience of criminal investigation and trials for occupational and pollution-related diseases. After a summary of the main hurdles surrounding the proof of causation in “toxic cases”, this post addresses the question of whether the most readily available type of scientific evidence – i.e. epidemiologic studies – could be used in a different, more effective way than has been done so far

Duty to Protect the Right to Life through Criminal Law and Proof of the Causal Link

Within the current debate over “the proof of facts” and, specifically, about dogmatic categories and standard of proofs from an international perspective, the decision issued by the European Court of Human Rights in the Smaltini v. Italy case provides the opportunity to deal with the issue of the proof of the causal link in criminal matters related to the State’s procedural obligations to protect the right to life under the Convention. Such obligations bind national authorities to carry out effective investigations to determine the cause of death in an industrial pollution scenario, as well as to punish those responsible. The ruling is the response to an application brought by a woman who lived in the polluted area near ILVA, in Taranto, and died whilst the application was pending after having contracted acute myeloid leukaemia. The judicial request claimed that there was a violation of her right to life, due to the fact that the Italian judges decided to discontinue the proceedings against one of the company’s managers in the absence of adequate proof of the causal link between the plant’s polluting emissions and the woman’s illness. The Strasbourg Court decided to ascertain whether the Italian authorities, when discontinuing the criminal proceedings, had adequately justified their decision not to admit new evidence or if, on the contrary, they had breached European duties because they actually had “sufficient evidence” to consider the “causal link” proven. The reasoning of the Court shows that, faced with such an alternative, the judges endorsed the first option “in the light of the scientific data available at the time of the events.” As stated by the European Court, such a pronouncement was taken, however, “without prejudice to the results of scientific studies to come,” so that it leaves the door open to different future decisions in the light of future scientific developments.

La recente evoluzione giurisprudenziale sul nesso causale nelle malattie professionali da amianto

Dopo una sintetica ricostruzione della struttura dell’accertamento del nesso causale, così come configurata dalla scienza giuridica e dalla giurisprudenza post Franzese, l’Autore compie una disamina dettagliata della più recente evoluzione giurisprudenziale in tema di causalità rispetto alle malattie professionali connesse all’amianto. Il quadro che ne esce è di estremo interesse, dovendosi registrare un netto contrasto in ordine all’effetto acceleratore sul mesotelioma da parte delle esposizioni successive alla c.d. iniziazione della patologia: nella giurisprudenza di merito, a un orientamento che afferma l’esistenza di tale effetto se ne contrappone un altro che invece lo nega; anche la giurisprudenza di legittimità risulta divisa tra un orientamento che accoglie l’ipotesi dell’effetto acceleratore e uno che invece prende atto di un contrasto all’interno dello stesso mondo scientifico. Alla luce di questo quadro si pone l’interrogativo se non sia divenuto necessario un intervento delle Sezioni Unite volto non tanto a prendere posizione sulla diatriba scientifica, quanto piuttosto a chiarire il ruolo del giudice allorquando la stessa spiegazione scientifica di un determinato decorso casuale reale risulta incerta. A ben vedere, infatti, all’origine di questi contrasti sembra essere la stessa sentenza Franzese e un consolidato orientamento giurisprudenziale formatosi successivamente, i quali, attraverso il criterio della credibilità razionale, attribuiscono al giudice il ruolo di valutare lo stesso fondamento delle leggi scientifiche esplicative dei processi causali.

Terremoto dell’Aquila e responsabilità penale

Il 22 ottobre 2012 il Tribunale dell’Aquila condanna i membri della Commissione Grandi Rischi –organo consultivo della protezione civile, di cui fanno parte alcuni tra i più grandi esperti italiani di vulcanologia e sismologia – a 6 anni di reclusione, per i delitti di omicidio colposo e lesioni colpose in relazione a 36 delle vittime del devastante sisma che aveva colpito la città nell’aprile del 2009. L’analisi della sentenza “Grandi Rischi” – definita “storica” dai mass media, ma accolta con preoccupazione dalla comunità scientifica internazionale – costituisce l’oggetto del presente lavoro. Si ripercorreranno, infatti, i passaggi fondamentali di tale pronuncia: quello relativo al nesso di causalità fra la condotta di tipo comunicativo tenuta dai membri della Commissione e l’evento morte (o lesioni) delle vittime e quello concernente, invece, la possibilità di muovere a questi ultimi un rimprovero per colpa, generica o specifica.