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ISSN 2611-8858

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Corruzione

Concussione e induzione indebita: il formante giurisprudenziale tra legalità in the books e critica dottrinale

La ristrutturazione normativa del delitto di concussione ha aperto, nel diritto vivente, un vivace dibattito sui possibili tratti distintivi tra il nuovo art. 317 c.p. e la ormai nota ipotesi di induzione indebita. I diversi orientamenti ermeneutici maturati in brevissimo tempo hanno reso necessario, sul punto, un ponderoso intervento delle Sezioni unite della Corte suprema di cassazione che, nell’ambito di una rigorosa dommatica giurisprudenziale, pure non mancano, a ben vedere, di porre le basi per il recupero di una nomofilachia delle norme sulla nomofilachia dei casi. Infatti, il possibile ricorso a (de)penalizzazioni in concreto affidate ad una politica giudiziaria in nome di una pur invocata tenuta del sistema sembra, per ipotesi di “induzione non costrittiva vittimizzante”, confermare la necessità di ripensare una ‘riforma delle riforme’ che, al riparo da torsioni (in)sopportabili della legalità, sappia radicare nel dato normativo opzioni razionali di politica criminale.

Disfunzione applicativa dell’art. 2635 c.c. tra vecchia e nuova formulazione della «corruzione tra privati»

La sentenza in commento costituisce il primo caso di condanna per fatti riconducibili alla fattispecie di «infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità», ora denominata «corruzione tra privati». La vicenda sottoposta all’attenzione del Tribunale di Udine, benché non sollevi di per sé questioni ermeneutiche di particolare problematicità, acquisisce speciale rilevanza proprio in ragione della sua eccezionalità ed offre l’occasione per formulare ampie osservazioni critiche sulla disfuzione applicativa dell’art. 2635 c.c. Quest’ultima, in effetti, è principalmente addebitabile alle distonie tra la formulazione accolta dal legislatore italiano e le numerose sollecitazioni extranazionali in materia, alle quali anche la legge n. 190/2012 è riuscita a dare solo una timida e parziale trasposizione. Neppure la modifica del regime di procedibilità di cui al 5° comma, evocativa del modello concorrenziale tedesco di incriminazione della corruzione privata, pare idonea ad ampliare sensibilmente lo spettro applicativo della norma, i cui profili offensivi risultano ancora canalizzati in ottica patrimonialistica interna.

“Alla ricerca dell’induzione perduta”: le Sezioni Unite tentano una soluzione

Con l’ampia sentenza in commento la Corte di Cassazione affronta il principale problema interpretativo posto dalla recente legge ‘anticorruzione’, oggetto di ampio dibattito dottrinale nonché di immediato contrasto giurisprudenziale e riguardante, come noto, la linea di demarcazione tra la fattispecie di concussione (prevista dal novellato art. 317 c.p.) e quella di induzione indebita a dare o promettere utilità (prevista dal nuovo art. 319-quater c.p.) e alle connesse problematiche di successioni di leggi penali nel tempo. Sennonché, nel tentativo di delineare una distinzione oggettiva tra le condotte di costrizione e quelle di induzione (“semplice” o “combinata”), le Sezioni Unite individuano una cd. “zona grigia”, contrassegnata da comportamenti a forte indice di equivocità (come quelli di cd. “minaccia-offerta” o del cd. “metus ab intrinseco”), rispetto alla quale i criteri offerti assumono “scarsa valenza interpretativa” rinviando ad una valutazione del giudice che tenga conto di tutte le circostanze del caso concreto, del ruolo assunto dalle parti, del complesso dei beni giuridici in gioco e dei principi e valori che governano lo specifico settore di disciplina. Si profila, pertanto, un “intreccio” tra elementi di oggettiva prospettazione ed elementi soggettivi di percezione analogo a quello già sperimentato in tema di rapporti tra concussione e corruzione e nel quale, verosimilmente, si intravede un limite insuperabile della stessa fattispecie “intermedia” introdotta con la L. 190/2012 di cui, per altro verso, la sentenza finisce per lasciare in ombra i profili della compatibilità con l’inganno e della struttura plurisoggettiva rischiando peraltro di “indebolire” la soluzione della “continuità normativa”.

Per una critica dell’art. 319-quater c.p.

L’introduzione dell’art. 319-quater mira a risolvere i problemi storicamente posti dalla distinzione tra corruzione e concussione. Pur sorretta da uno spunto condivisibile, quella disposizione, per il modo in cui è concretamente concepita, finisce tuttavia per sollevare un novero di questioni fors’anche superiore rispetto a quelle che contribuisce a risolvere. Gli stessi problemi si sarebbero potuti assai più agevolmente risolvere, già in vigenza del precedente sistema, sol che si fosse accettato di superare il dogma della mutua esclusività di quelle due fattispecie.

L’incerta frontiera: il discrimine tra concussione e induzione indebita nel nuovo statuto penale della pubblica amministrazione

L’introduzione con la l. n. 190/2012 della nuova fattispecie di “induzione indebita a dare o promettere utilità” (art. 319-quater c.p.), caratterizzata dall’assoggettamento a pena del privato che ceda alla pressione abusiva del pubblico agente, ha provocato un forte disorientamento nella giurisprudenza di legittimità, attestato dall’emersione di tre diversi indirizzi interpretativi in ordine alla linea di demarcazione con la riformata concussione (art. 317 c.p.). In questo saggio si sostiene che, per effetto della novella, non sono mutate le nozioni di base di “costrizione” e “induzione”, che continuano ad essere imperniate sulla maggiore o minore gravità della pressione psichica esercitata sul privato; sono cambiati, invece, i parametri normativi attorno ai quali fondare una distinzione coerente, sul piano assiologico e politico-criminale, con l’invertita posizione penale del privato nelle due ipotesi di reato. In quest’ottica, appare maggiormente plausibile l’orientamento giurisprudenziale c.d. intermedio, il quale valorizza, in funzione integrativa, i criteri del danno ingiusto minacciato dall’intraneus (concussione) e del vantaggio indebito perseguito dall’extraneus (induzione). Realmente decisivo a fini discretivi diviene, così, lo ‘spazio di libera determinazione’ lasciato al privato, che nella costrizione è estremamente ridotto, giacché limitato alla scelta tra due mali parimenti ingiusti, mentre nell’induzione offre ancora – nonostante l’abuso – margini decisionali improntati al rapporto costi-benefici personali, e cioè al perseguimento di vantaggi indebiti, specifici o indeterminati.