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ISSN 2611-8858

Temi

Diritto UE

Nemmeno la Corte di Giustizia dell’Unione Europea può erigere il giudice a legislatore

Vengono evidenziate motivazioni attinenti alla divisione dei poteri in base alle quali non può essere richiesto a un giudice, nemmeno dalla CGUE, di disapplicare disposizioni penali o processuali penali in base a un apprezzamento, di carattere generalpreventivo, circa il loro risultare di ostacolo, secondo l’esperienza giurisprudenziale, all’effettività applicativa, o all’efficacia dissuasiva, di determinate fattispecie incriminatrici. Su questa base (e non solo, dunque, con riguardo all’esigenza di evitare conseguenze retroattive in malam partem di pronunce europee), si valuta la prospettabilità della opposizione di «controlimiti» da parte della Corte costituzionale nella questione sollevata presso la medesima in rapporto alla sentenza CGUE «Taricco». La riflessione si estende al rapporto tra disposizioni europee e diritto penale interno, nonché, in particolare, al ruolo degli articoli 83 e 325 TFUE, come pure all’ambiguità della prefigurazione di «obblighi di risultato» in materia penale.

La direttiva 2014/42/UE relativa alla confisca degli strumenti e dei proventi da reato nell’Unione Europea tra garanzie ed efficienza: un “work in progress”

La Direttiva 2014/42/UE, approvata in base agli artt. 83, § 1, 82, § 2, TFUE, persegue lo scopo di promuovere l’armonizzazione in materia di confisca, in particolare estesa, superando i limiti della decisione quadro n. 212/2005, con lo scopo ultimo di implementarne il mutuo riconoscimento ai sensi della decisione quadro n. 783/2006. Rappresenterà l’occasione per una riforma e forse razionalizzazione della disciplina in materia da parte degli Stati membri, anche se le scelte del legislatore europeo non sempre sembrano realizzare un corretto bilanciamento tra le esigenze dell’efficienza e le garanzie della materia penale (nella prima direzione, ad esempio, si prevede la confisca per equivalente degli strumenti del reato, nella seconda la clausola dell’onerosità per garantire il rispetto del principio di proporzione). L’art. 5 prevede un modello di confisca estesa, in seguito alla condanna, meno garantistico di quelli previsti nella decisione quadro 212, fondato su un problematico standard della prova “civilistico rinforzato”, attribuendo rilievo all’elemento della sproporzione e auspicando la delimitazione temporale della presunzione di illecita accumulazione patrimoniale. Il legislatore europeo all’art. 4 non accoglie, invece, sostanzialmente il modello della confisca senza condanna, ammesso solo nel caso di fuga e malattia, non credendo evidentemente nella possibilità di elaborare un modello di actio in rem, realmente giurisdizionalizzato e garantistico, come prospettato dalla Commissione LIBE, pur non escludendo la possibilità degli Stati membri di prevedere più estesi poteri di confisca o comunque di garantirne il mutuo riconoscimento.

Il principio di proporzionalità nel procedimento penale

L’irrompere del diritto sovranazionale in ambito processuale penale impone il ricorso a nuovi strumenti ermeneutici per il giurista continentale. Il principio di proporzionalità, da tempo oggetto di studio da parte della dottrina, si presta a fungere da parametro utile al fine di armonizzare l’ordinamento nazionale con le sollecitazioni provenienti ab externo. Ciò è possibile grazie alla ambivalente natura del canone di proporzione, che al tempo stesso sembra indicare un metodo generale da seguire, per un’adeguata tutela dei diritti individuali, e un fine ultimo cui tendere. Il principio in questione riafferma – se mai ce ne fosse stato bisogno – l’emancipazione del momento applicativo da quello normativo formale, così rievocando la figura del giudice tessitore e della proceduralità argomentativa. Al tempo stesso, esso reincanala nell’alveo della ragione – anche se si tratta di mera ragion pratica – il percorso che l’interprete, nonché, prima ancora, il legislatore, sono tenuti a seguire, quando pretendano di ingerirsi legittimamente nella sfera dell’individuo.

Ne bis in idem e “doppio binario” sanzionatorio: prime riflessioni sugli effetti della sentenza “Grande Stevens” nell’ordinamento italiano

La Corte EDU ha messo in discussione, con affermazioni che hanno potenziali ricadute anche in altri settori dell’ordinamento, il sistema di doppio binario, amministrativo e penale, attorno al quale è strutturata la disciplina italiana degli abusi di mercato, rilevando sia la violazione del principio del ne bis in idem, sia quella del diritto ad un equo processo. In relazione a tali profili vengono dunque esaminate le relative implicazioni problematiche e le possibili soluzioni interpretative alla luce del necessario raccordo con gli obblighi di fonte convenzionale e quelli di origine euro-unitaria.

Doppio binario sanzionatorio e ne bis idem: verso una diretta applicazione dell’art. 50 della Carta?

Una recente sentenza della Corte EDU, ormai divenuta irrevocabile, giudica incompatibile con il diritto fondamentale al ne bis in idem, riconosciuto dall’art. 4 Prot. 7 CEDU, il sistema di ‘doppio binario’ tra sanzione amministrativa e sanzione penale (e tra i relativi procedimenti applicativi) in materia di abusi di mercato. Ferma restando la necessità di una profonda revisione di tale sistema da parte del legislatore, il presente contributo si interroga sulle ricadute di tale sentenza nell’ordinamento italiano, al di là dello specifico caso concreto deciso a Strasburgo, prospettando due strade alternative per conformarsi – già de iure condito – agli obblighi convenzionali: l’una che chiama in causa la Corte costituzionale, attraverso il meccanismo dell’art. 117, comma 1, Cost.; l’altra che presuppone invece la diretta applicazione, da parte dello stesso giudice ordinario, dell’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che è norma di rango primario suscettibile di produrre effetto diretto negli ordinamenti degli Stati membri, e che sancisce il diritto al ne bis in idem nella stessa estensione riconosciuta dall’art. 4 Prot. 7 CEDU.

“Superprocura” e coordinamento delle indagini in materia di criminalità organizzata tra presente, passato e futuro

Ad oltre un ventennio dall’istituzione della Direzione nazionale antimafia e delle Direzioni distrettuali antimafia è possibile tracciare un bilancio che tenga conto delle ricadute positive della disciplina e delle persistenti criticità del modello di contrasto alla criminalità organizzata fatto proprio dal codice di rito, anche in relazione ai suoi rapporti con gli organismi sovranazionali previsti in ambito europeo, cercando al contempo di prefigurare i futuri assetti in materia.