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ISSN 2611-8858

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Diritto UE

L’adeguamento del sistema penale italiano al “diritto europeo” tra giurisdizione ordinaria e costituzionale

I giudici e gli avvocati italiani hanno ormai scoperto l’esistenza di un diritto europeo, che impone al sistema penale italiano precisi obblighi di adeguamento: obblighi che si rivolgono non soltanto al legislatore, ma anche – e in misura crescente – agli stessi giudici, ordinari e costituzionali. Questo breve intervento mira a formulare alcune semplici ‘istruzioni per l’uso’ del diritto europeo in materia penale e processuale penale, illustrando presupposti e metodo delle tre diverse tecniche di cui il giudice ordinario dispone per assicurare l’adeguamento del diritto interno agli obblighi europei (derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo o dal diritto primario o derivato dell’Unione europea): diretta applicazione della norma europea; interpretazione conforme della norma interna a quella europea; promovimento di un giudizio incidentale di legittimità costituzionale della norma interna contrastante con quella europea.

La Corte di Giustizia considera la direttiva europea 2006/24 sulla c.d. “data retention” contraria ai diritti fondamentali. Una lunga storia a lieto fine?

L’epocale sentenza della Corte di Giustizia sulla c.d. data retention ha invalidato la direttiva 2006/24, in quanto non compatibile con i limiti imposti dal rispetto del principio di proporzionalità, alla luce degli artt. 7, 8 e 52, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ne consegue che se le norme interne dei singoli Stati, come nel caso italiano, non rispettano gli standards ricavabili dalla sentenza, esse dovrebbero essere disapplicate per contrasto con il diritto europeo. La soluzione più immediata, ma purtroppo ad effetto “locale”, vede come protagonista il legislatore nazionale, il quale dovrebbe intervenire ed adattare l’attuale disciplina agli standards elaborati dalla Corte di Giustizia. Sarebbe però maggiormente auspicabile un intervento del legislatore europeo, nell’ambito di una più ampia politica criminale dell’Unione, considerando l’utilità e, spesso, l’indispensabilità della data retention nell’odierna società dell’informazione, in particolare per prevenire e accertare gravi reati lesivi di importanti beni giuridici.

Il delitto di illecito reingresso dello straniero nel territorio dello Stato e la direttiva rimpatri

Il lavoro analizza il delitto di illecito reingresso dello straniero nel territorio dello Stato, che dopo la riforma del 2011 costituisce l’unica fattispecie legata all’irregolarità dell’ingresso o del soggiorno ancora punita con la sanzione detentiva, e sviluppa le ragioni per cui tale reato, contrariamente a quanto ritenuto dalla giurisprudenza della Cassazione, deve considerarsi incompatibile con la direttiva 2008/115/CE (la c.d. direttiva rimpatri), prospettando i termini di un possibile rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea.