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ISSN 2611-8858

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Prescrizione

La Riforma penale alza il tiro?

Con l’esame in Commissione Giustizia del disegno di legge A.S. 2067, la camera alta del Parlamento italiano è chiamata a confrontarsi con le istanze di revisione che attraversano il diritto penale e processuale penale, articolate nel testo della riforma tra interventi di immediata applicazione e propositi rimessi alla legislazione delegata. Con precipuo riferimento alle modifiche che interessano gli istituti del diritto sostanziale, merita certamente apprezzamento l’istituto della estinzione del reato per condotte riparatorie, mentre non è dato condividere la tendenza costante all’innalzamento dei livelli sanzionatori. Più complesso risulta il giudizio sulle norme in materia di prescrizione, che stentano a comporre gli interessi in campo in una disciplina ispirata a poche e salde direttrici. Lascia poi perplessi la pur apprezzabile ma contenutisticamente povera delega in tema di misure di sicurezza, difficilmente idonea ad orientare il governo verso una svolta nella materia. Tanto meritorie quanto illusorie finiscono, infine, per rivelarsi le intenzioni che animano la delega per l’attuazione della c.d. riserva di codice.

La politica penale delle interpolazioni

Il disegno di legge n. 2067 interviene in modo disomogeneo su diversi ed importanti settori del sistema penale; contiene anche alcune disposizioni di legge delega che si caratterizzano per l’assenza di criteri direttivi sufficientemente determinati che imporranno al Governo di effettuare le vere scelte di politica criminale. A monte, manca un chiaro disegno di riforma del sistema sanzionatorio.

Una confessione di Agostino e il problema della prescrizione

Nella discussione sulla riforma della prescrizione è stata introdotta la proposta di spostare il dies a quo, dal tempus commissi delicti al momento della notizia di reato. Sarebbe un mutamento di paradigma rispetto al modello tradizionale: il delitto rimasto ignoto si sottrarrebbe alla causa estintiva, proprio perché rimasto ignoto, indipendentemente da ogni caratterizzazione di gravità e di persistente interesse alla punizione. Sostenuta con più serie ragioni è la proposta bloccare definitivamente il corso della prescrizione in corso di processo, che renderebbe di fatto imprescrittibili reati in via di principio prescrittibili; ma sarebbe anche questa un disciplina poco garantista, che potrebbe incidere negativamente sulla ragionevole durata del processo.

La riforma Orlando della giustizia penale: prime riflessioni

Il contributo esamina i tratti essenziali del complessivo intervento di riforma della giustizia penale del Ministro Orlando attualmente all’esame del Senato, che dovrebbe incidere su vari istituti del diritto penale sostanziale – come l’estinzione del reato per condotte preparatorie e, soprattutto, la prescrizione del reato – nonché di una congerie di norme di diritto penale processale, accomunate dalla finalità di rendere più efficienti gli sviluppi procedimentali, anche attraverso una più stringente scansione temporale dei diversi snodi.

Prescrizione del reato e ragionevole durata del processo: principi da difendere o ostacoli da abbattere?

Il tema della prescrizione è particolarmente sentito nel nostro Paese, nel quale un numero rilevante di procedimenti penali si conclude, purtroppo, con la dichiarazione di estinzione del reato per tale causa. Nel presente contributo si riflette criticamente sulla recente tendenza – ulteriormente percorribile, alla luce della nota sentenza Taricco – ad aumentare i termini prescrizionali per evitare tale esito, certamente non auspicabile. In particolare, si riflette sul fondamento garantistico e liberale della prescrizione e si pone l’accento sulla necessità di abbreviare i tempi del procedimento penale, piuttosto che allungare i termini della prescrizione, come una riforma non ponderata consiglierebbe; tale scelta si tradurrebbe, infatti, nella conseguente ulteriore lentezza della nostra giustizia penale, con tardiva riparazione per le vittime del reato ed interventi non sempre in grado di rieducare il condannato, e con effetti persino economicamente negativi per lo Stato. Pertanto, anche alla luce di recenti e condivisibili sentenze della Corte costituzionale, si auspicano mirati interventi, sul versante processualpenalistico, su quello ordinamentale ed anche sul piano del diritto penale sostanziale in grado di incidere sulla insostenibile lunghezza dei procedimenti penali italiani.

La posta in gioco nella decisione della Corte costituzionale sulla sentenza Taricco

Le questioni di legittimità costituzionale sollevate sulla sentenza Taricco della Corte UE vanno valutate su un duplice piano: come questioni di diritto interno (sarebbe costituzionalmente legittima una ‘legge Taricco’?), e come questione di controlimiti che possano essere opposti alla ricezione di un principio di diritto europeo. Su entrambi i piani, appare fondata la questione relativa al potere, attribuito al giudice dalla sentenza della Corte UE, di disapplicare in malam partem la disciplina degli atti interruttivi della prescrizione sulla base di valutazioni di adeguatezza funzionale. I principi in gioco sono il principio penalistico di legalità e la soggezione del giudice alla legge.

L’insostenibile imprescrittibilità del reato. La giurisprudenza “Taricco” alla prova dei controlimiti

L’ordinanza con la quale la Corte d’appello di Milano ha richiesto l’intervento dei giudici di Palazzo della Consulta affinché impediscano l’ingresso del dictum stabilito dalla Corte di giustizia nella pronuncia Taricco offre uno spunto per una riflessione sulla delicata materia dei principi supremi dell’ordinamento. Nel lavoro si muove dal presupposto, tratto dalla giurisprudenza costituzionale, per cui non tutti gli istituti nei quali i principi supremi si estrinsecano vanno assunti a rango di “controlimite”. È invece il loro solo nucleo essenziale a non cedere di fronte al primato del diritto dell’UE. Proseguendo lungo tale direttrice, si analizza l’istituto della prescrizione, per capire se la sua disciplina rientri a pieno titolo nel nucleo centrale di tutela offerto dal principio del nullum crimen, nulla poena sine lege di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., ovvero se ne rappresenti un aspetto meramente accidentale.

La primauté del diritto dell’UE e l’ordinamento penale nazionale

Il principio del primato del diritto dell’Unione europea costituisce un pilastro essenziale della costruzione giuridica europea, che tuttavia incontra particolari difficoltà a imporsi allorché deve operare rispetto all’ordinamento penale degli Stati membri, dominati dal principio di legalità, e in generale da principi costituzionali che concorrono a formare la stessa identità nazionale degli stessi Stati membri, che l’Unione è tenuta a rispettare. Emblematici di tali difficoltà sono gli obblighi statuiti dalla Corte di giustizia nella sentenza Melloni, che hanno posto il Tribunal Constitucional spagnolo di fronte all’alternativa se accettare una limitazione del proprio diritto costituzionale al giusto processo in omaggio alla funzionalità del mandato di arresto europeo, ovvero se opporsi frontalmente ai giudici di Lussemburgo; nonché quelli statuiti dalla Corte di giustizia nella sentenza Taricco, attualmente sottoposta al vaglio della Corte costituzionale italiana, e la cui sostenibilità al metro dei principi fondanti l’identità costituzionale italiana è in particolare oggetto di esame nel presente contributo.

Corti costituzionali (o supreme) e “disobbedienza funzionale”

Con la sentenza n. 49/2015 la Corte costituzionale italiana è tornata sul rapporto fra diritto interno e CEDU. Il seguente contributo cercherà di contestualizzare questa decisione in un quadro più ampio di diritto comparato, grazie alla nozione di “disobbedienza funzionale”.

Due approcci opposti sui rapporti fra Costituzione e CEDU in materia penale. Questioni lasciate aperte da Corte Cost. N. 49/2015

La Corte costituzionale, nella sentenza n. 49/2015, pur dichiarando inammissibile la questione di legittimità della confisca senza condanna, ha recepito l’esigenza di pienezza dell’accertamento dei presupposti della responsabilità. A ciò consegue l’esigenza di un contraddittorio processuale pieno. Senza risposta è rimasta l’eccezione in malam partem sollevata dalla Corte di cassazione, che ha invocato (capovolgendone il senso) una serie di principi costituzionali come controlimiti rispetto a garanzie liberali poste dalla CEDU.