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ISSN 2611-8858

Temi

Prescrizione

Nemmeno la Corte di Giustizia dell’Unione Europea può erigere il giudice a legislatore

Vengono evidenziate motivazioni attinenti alla divisione dei poteri in base alle quali non può essere richiesto a un giudice, nemmeno dalla CGUE, di disapplicare disposizioni penali o processuali penali in base a un apprezzamento, di carattere generalpreventivo, circa il loro risultare di ostacolo, secondo l’esperienza giurisprudenziale, all’effettività applicativa, o all’efficacia dissuasiva, di determinate fattispecie incriminatrici. Su questa base (e non solo, dunque, con riguardo all’esigenza di evitare conseguenze retroattive in malam partem di pronunce europee), si valuta la prospettabilità della opposizione di «controlimiti» da parte della Corte costituzionale nella questione sollevata presso la medesima in rapporto alla sentenza CGUE «Taricco». La riflessione si estende al rapporto tra disposizioni europee e diritto penale interno, nonché, in particolare, al ruolo degli articoli 83 e 325 TFUE, come pure all’ambiguità della prefigurazione di «obblighi di risultato» in materia penale.

La Consulta e la tela di Penelope

Con la sentenza in esame, la Corte costituzionale si confronta con la questione, assai discussa in giurisprudenza, se possa essere disposta la confisca di un bene (nel caso di specie, la confisca dei manufatti e dei terreni abusivamente lottizzati) con una sentenza dichiarativa della prescrizione; e ciò alla luce della recente sentenza Varvara della Corte EDU, che ha ritenuto tale prassi contraria al principio di legalità in materia penale. La questione fornisce alla Consulta l’occasione per precisare la propria giurisprudenza in materia di rapporti tra ordinamento nazionale e giurisprudenza di Strasburgo, della quale viene ribadita in linea di principio la vincolatività, a condizione – però – che si tratti di una “giurisprudenza consolidata”. La nostra Corte rifiuta così di conformarsi al principio enunciato in Varvara, ritenuto (probabilmente a torto) un precedente isolato.

Le gemelle crescono in salute: la confisca urbanistica tra Costituzione, CEDU e diritto vivente

L’A. commenta con favore la sentenza n. 49 del 2015 della Corte costituzionale, in tema di confisca dei beni oggetto di lottizzazione abusiva. Tale pronuncia è reputata condivisibile, specie per aver introdotto la nozione di giurisprudenza europea consolidata, che l’A. accosta a quella di diritto vivente. Sono sottolineati i margini di dubbio che la sentenza ha lasciato volutamente aperti, sia con riguardo alla facoltà del giudice comune di sollevare questione di costituzionalità sulla base di un diritto europeo non ancora consolidato, sia con riferimento ai poteri processuali di accertamento dei presupposti per confiscare un bene oggetto di lottizzazione abusiva. Viene peraltro enfatizzato l’obbligo per il giudice penale di accertare la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio, quale condizione preliminare ai fini della legittimità della confisca urbanistica.

Fissati nuovi paletti alla Consulta a riguardo del rilievo della CEDU in ambito interno

Lo scritto fa oggetto di studio l’ultimo orientamento della giurisprudenza costituzionale in ordine al rilievo interno della CEDU, evidenziando alcune aporie di carattere ricostruttivo in esso presenti, tanto con riferimento ai rapporti tra Corte costituzionale e Corte EDU, quanto con riguardo a quelli tra l’una Corte ed i giudici comuni. In particolare, gravida di imprevedibili sviluppi appare essere la circostanza per cui i giudici nazionali sono dalla decisione qui annotata chiamati a far luogo a delicate selezioni della giurisprudenza della Corte europea, essendo tenuti a conformarsi unicamente alle pronunzie di questa espressivi di un indirizzo “consolidato” e potendo (ed anzi dovendo) dalle stesse discostarsi laddove siffatto indirizzo faccia difetto e l’interpretazione prospettata dal giudice europeo possa rivelarsi incompatibile con la Carta costituzionale. Viene in tal modo a ribadirsi il carattere “subcostituzionale” della CEDU, un carattere che tuttavia fa a pugni con la paritaria condizione in cui tutte le Carte (Costituzione inclusa) versano, i loro rapporti essendo piuttosto governati dal canone della massimizzazione della tutela dei diritti evocati in campo dai casi.

Il nodo della prescrizione

La prescrizione del reato è un istituto assiologicamente ambiguo: risponde all’esigenza di non perseguire e punire, oggi, un fatto troppo remoto nel tempo, ma è anche una obiettiva defaillance del sistema. Il modello di disciplina è stato distorto dalla novella del 2005, le esigenze di riforma non si esauriscono in un rimodellamento dei tempi di prescrizione. Sarebbe necessario spezzare il linkage rigido fra tempi di prescrizione e massimi edittali, che costituisce un vincolo pesante su riforme che intendano abbassare i massimi edittali. Per tenere conto dei tempi del processo, la sospensione della prescrizione in corso del processo, per periodi corrispondenti ad una ragionevole durata delle diverse fasi, sarebbe un buon sistema alternativo a quello attuale centrato sugli atti interruttivi. Il testo approvato dalla Camera costruisce un sistema ibrido, che allunga i tempi di prescrizione, senza porre rimedio alle attuali disfunzioni di sistema.

Confisca urbanistica e prescrizione: a Strasburgo il re è nudo

La terza sezione della Cassazione tenta, con l’ordinanza qui commentata, di ribellarsi alla Corte di Strasburgo, che nella sentenza Varvara c. Italia dell’ottobre 2013 ha ritenuto incompatibile con i diritti convenzionali l’applicazione della confisca dei terreni abusivamente lottizzati mediante una sentenza dichiarativa della prescrizione del reato. In particolare, la Cassazione invita la Corte costituzionale a impugnare l’arma dei ‘controlimiti’ ai vincoli discendenti dall’art. 117, comma 1 Cost., in nome dell’effettività tutela degli interessi – anch’essi costituzionalmente rilevanti – protetti dalla norma penale, i quali dovrebbero prevalere, nell’ottica della nostra S.C., rispetto alle ragioni di tutela del diritto di proprietà. Così facendo, la Cassazione fraintende tuttavia il senso della sentenza europea, che – in piena continuità rispetto ad altri precedenti – muove piuttosto dal riconoscimento che la confisca urbanistica è una vera e propria ‘pena’ dal punto di vista del diritto convenzionale, e che conseguentemente la sua inflizione presuppone una dichiarazione di colpevolezza dell’imputato, per definizione assente in una pronuncia in cui l’imputato venga invece ‘prosciolto’ dall’accusa formulata a suo carico.

Rien ne va plus? Le garanzie CEDU “incontrano” (e si scontrano con) l’azione civile e la prescrizione dell’ordinamento francese: alla ricerca di check and balances interni all’art. 6

A seguito del decesso del padre, imputato in Francia per il reato di appropriazione indebita, gli eredi ricorrono dinanzi alla Corte EDU lamentando la violazione dell’art. 6 §§ 1 e 2 in relazione a due profili. In primo luogo, gli stessi ritengono che lederebbe il giusto processo, sub specie di rispetto della parità delle armi, il meccanismo previsto in patria in base al quale il giudice penale è competente a pronunciarsi sul risarcimento del danno che grava sugli aventi causa del de cuius, nell’ipotesi in cui al momento della sua dipartita l’autorità giurisdizionale penale si sia pronunciata esclusivamente sull’azione penale, ritenendola prescritta. In secondo luogo, vi sarebbe stata l’inosservanza del principio di innocenza, come sancito nell’art. 6 § 2 CEDU, posto che solo post mortem l’imputato sarebbe stato dichiarato colpevole del reato contestatogli. I ricorrenti, quindi, ritenendo che la suddetta presunzione si estenda alla procedura di riparazione del danno in ragione del “legame” e del “ragionamento” istituito dal giudice penale tra procedura civile e penale, reputano che gli stessi possano agire in qualità di vittime dinanzi alla Corte europea al fine di ottenere la dichiarazione di violazione della presunzione di innocenza del proprio dante causa. Secondo il Collegio di Strasburgo, entrambe le doglianze sono fondate e conseguentemente lo Stato francese è condannato al pagamento di un indennizzo monetario. Traendo spunto da questa pronuncia, il commento si propone dunque di analizzare, in prima battuta, l’iter logico seguito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, focalizzando, poi, l’attenzione sulle conseguenze “a cascata” che deriverebbero dai principi di diritto ivi sanciti, assumendo quale punto di osservazione principalmente le disposizioni dell’ordinamento francese che disciplinano l’azione civile e la prescrizione.