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ISSN 2611-8858

Temi

Principio di legalità

Atti sessuali su minore incosciente per effetto dell’uso di alcool e droga: violenza o abuso sessuale? Il caso spagnolo della ‘Manada de Manresa’, nella prospettiva del penalista italiano

Da tempo sta facendo molto discutere, in Spagna, il caso della Manada de Manresa: un assalto sessuale di gruppo perpetrato da alcuni giovani ai danni di una minorenne, vittima di atti sessuali compiuti, nei suoi confronti, mentre si trovava in stato di incoscienza per l’effetto di alcool e droga.

La giurisprudenza penale-costituzionale della Corte suprema statunitense: rassegna di sintesi della sessione 2018/2019 ed alcune previsioni sulla sessione 2019/2020

Il contributo, dopo un inquadramento generale sull’attuale composizione della Corte suprema statunitense, in riferimento ai suoi equilibri ideologici, si dedica alla rassegna delle principali decisioni emesse nel corso della sessione 2018/2019, con particolare attenzione alla giurisprudenza costituzionale-penale. Si esaminano alcune pronunce in tema di legalità penale, evidenziando il contributo di rafforzamento dello statuto di garanzia apportato dal giudice Neil Gorsuch, sostenitore della cd. teoria orginalista/testualista dell’interpretazione costituzionale. Si procede poi alla disamina della recente giurisprudenza in materia di pena di morte, contesto nel quale la rafforzata maggioranza conservatrice, animata dalla preoccupazione di garantire a tutti i costi l’effettività dell’estrema sanzione e la tutela dei cd. victim rights, sembra volere imprimere una nuova svolta “restrittiva” tanto all’interpretazione del divieto di pene crudeli ed inusuali dell’VIII em. quanto ai criteri di valutazione dei ricorsi dell’ultimo minuto per sospendere l’esecuzione già fissata. Tale tendenza potrebbe mettere in discussione diversi precedenti oggi consolidati. Dato conto di altre decisioni di interesse penalistico emesse nel Term appena trascorso, ci si proietta conclusivamente sui ricorsi che saranno decisi nella sessione 2019/2020 che sta per iniziare, ipotizzando quali potrebbero essere alcuni degli sviluppi futuri

Il superamento delle preclusioni alla risocializzazione: un’occasione mancata della riforma penitenziaria

Ad oltre quarant’anni dalla riforma penitenziaria, l’umanesimo di matrice costituzionale che ne aveva ispirato la trama sembra aver lasciato il passo ad una involuzione carcerocentrica veicolata da molteplici interventi punitivo-simbolici con cui il legislatore dell’emergenza ha inteso “trincerare” il sistema penitenziario. Utilizzando il grimaldello rappresentato dall’art. 4-bis ord. penit., sono stati progressivamente inseriti numerosi automatismi carcerari, basati su presunzioni pressoché assolute di persistente pericolosità sociale, che impongono di default un trattamento carcerario di rigore. In direzione opposta si è mossa la giurisprudenza costituzionale, impegnata in un’opera di reductio ad constitutionem del sistema penitenziario che sembra celare l’inizio di un progressivo superamento del modello di decisione giudiziale basato su regole generali indefettibili, che affidano al solo legislatore il bilanciamento degli interessi in gioco, amputando di netto la discrezionalità del giudice. Lungo questa traiettoria si è inserita la recente riforma penitenziaria, nata con il dichiarato intento di superare il rigido sistema delle preclusioni alla riabilitazione, relativizzando le presunzioni assolute di pericolosità e restituendo al giudice di sorveglianza la facoltà di individualizzare il trattamento carcerario. Il pregevole lavoro istruttorio e redazionale iniziato con gli Stati generali e poi confluito nel progetto Giostra, però, ad un metro dal traguardo è stato travolto dall’ennesima deriva populista, che ha stroncato l’opera di sfoltimento delle ipotesi ostative alla rieducazione

Legalità penale e legge di interpretazione autentica. Note a margine della sentenza della Corte Suprema argentina nel caso “Batalla”

Prendendo spunto dal caso “Batalla”, deciso dalla Corte suprema argentina nel dicembre 2018, il contributo analizza la possibilità di applicare una legge penale di interpretazione autentica in pregiudizio dell’imputato, o del condannato con sentenza non ancora divenuta definitiva. Si ritiene sussistano casi complessi o casi “limite”, quale è il caso “Batalla”, che non siano chiaramente sussumibili nella disposizione di legge utile alla loro risoluzione e che, in tali occasioni, spetti ai giudici risolvere le questioni problematiche ricorrendo a sentenze, almeno parzialmente, costitutive di diritto. Dinanzi a tali casi problematici, il Parlamento non solo sarebbe autorizzato a prevedere una legge di interpretazione autentica, ma una tale soluzione sarebbe anzi auspicabile in uno stato di diritto, al fine di evitare sentenze creative. Una legge di interpretazione autentica, se in malam partem, non dovrebbe tuttavia essere applicata in un processo in corso, poiché una tale soluzione si porrebbe in contraddizione con il dovere del giudice di scegliere, dinanzi a un caso complesso o a una legge ambigua, l’interpretazione legale più favorevole per l’imputato

Riserva di codice o di legge organica: significato, questioni di legittimità costituzionale e impatto sul sistema penale

Il lavoro analizza il principio della riserva di codice o di legge organica inserito nel codice penale italiano all’art. 3-bis, secondo cui “nuove disposizioni che prevedono reati possono essere introdotte nell’ordinamento solo se modificano il codice penale ovvero sono inserite in leggi che disciplinano in modo organico la materia”. L’autore si interroga sul contenuto del principio e sul suo significato politico-criminale. Vengono inoltre esaminati due profili di illegittimità costituzionale: dell’art. 3-bis, nella misura in cui il principio della riserva di codice introdotto dal d.lgs. n. 21 non era espressamente previsto nella legge delega; delle fattispecie penali che, come già accaduto con la figura del c.d. “blocco stradale” (reato reintrodotto dal d.l. n. 113/2018, conv. in l. n. 132/2018), non dovessero rispettare il principio della riserva di codice o di legge organica. L’Autore sostiene che l’art. 3-bis c.p. ponga una regola derogabile dal legislatore successivo, e che dunque non abbia reale efficacia vincolante.

Legalità costituzionale, legalità convenzionale e diritto giurisprudenziale

L’apertura della legalità penale al diritto giurisprudenziale operata dall’art. 7 CEDU apre preoccupanti interrogativi circa la tenuta della legalità penale costituzionale di molti Paesi europei di civil law storicamente incentrata sul principio di riserva di legge parlamentare. Questo disallineamento non può, però, comportare una trasfigurazione del nullum crimen sine lege nel nullum crimen sine iure in tali ordinamenti e, quindi, imporre loro una equiparazione tra formante legislativo e giurisprudenziale in materia penale. Molto più semplicemente consente di implementare le garanzie per i consociati quando – ragionando diversamente e non riconoscendo valore-fonte alla giurisprudenza – si rischierebbe di frustrare i principi di irretroattività e di retroattività della lex mitior. Ciò significa che il judicial law continua a non essere assimilabile allo statutory law nei prevalenti casi di fisiologico contrasto interpretativo sincronico e diacronico, ma solo in quelli ‘limite’ dell’overruling in malam partem oggettivamente ed assolutamente imprevedibile e dell’overruling in bonam partem effettuato dalle Sezioni unite

Riserva di legge e principio democratico: una questione di metodo

Il saggio analizza lo stato attuale della riserva di legge, anche alla luce delle prassi dell’ultima legislatura, e riflette sull’esigenza di verificare la perdurante validità delle premesse concettuali di quella regola quale passaggio ineludibile per rivitalizzarla (se necessario, anche attualizzandola).

Profili attuali della soggezione del giudice alla “legge” e della vincolatività del precedente

In una fase di rilevante difficoltà per il paradigma tradizionale del principio di legalità, si è discusso ampiamente del ruolo dell’interpretazione in relazione all’equilibrio di poteri definito dalla Costituzione. Vero è che il giudice è soggetto soltanto alla legge. Tuttavia, è divenuto impossibile prevedere la effettiva qualificazione giuridica di un fatto se non avendo a mente l’orientamento ermeneutico seguito dalla giurisprudenza di legittimità. Occorre, perciò, indagare l’assetto attuale della funzione nomofilattica giacché solo la sinergia tra legislatore e giudice promette di scongiurare gravi violazioni delle garanzie sovranazionali. Al riguardo, la “cultura del precedente” offre indicazioni di metodo che potrebbero rivelarsi utili, persino in un modello di civil law, quale chiave di lettura delle recenti riforme legislative.

L’invalidità degli atti processuali penali: un tradizionale terreno di scontro tra “forma” e “sostanza”

Per effetto della progressiva integrazione tra l’ordinamento nazionale e quello europeo, nonché a seguito della sempre maggiore incidenza del diritto convenzionale, il tradizionale sistema delle fonti normative sta attraversando una fase di profonda ristrutturazione. Nuovi e molteplici impulsi provengono dalle Corti di Lussemburgo e Strasburgo e condizionano l’attività ermeneutica dei giudici nazionali. È questo lo sfondo problematico in cui si inserisce l’odierna riflessione sulle invalidità processuali e sulla nullità degli atti in particolare: le discussioni originatesi in relazione alla teoria del pregiudizio effettivo risultano infatti perfettamente calzanti rispetto al panorama appena delineato, in cui il principio di legalità – anche processuale – appare evidentemente in crisi

Argomenti per una riserva di legge rafforzata in ambito penale

Il contributo parte dalla considerazione che il principio di riserva di legge in materia penale, come oggi configurato in Italia, non appare idoneo a garantire in modo effettivo il livello di democraticità a cui tende la Costituzione, a causa dell’assenza di un quorum rilevante per l’approvazione parlamentare delle leggi penali. Si propone pertanto, anche alla luce di esperienze comparatistiche e di proposte provenienti dalla dottrina straniera, una riforma volta a introdurre un meccanismo in base al quale ogni legge penale, indipendentemente dal fatto di configurare o aggravare la responsabilità o di escluderla o diminuirla, debba essere approvata con una maggioranza di almeno tre quinti dei parlamentari, tranne che si tratti di disposizioni aventi ad oggetto l’applicazione di sole pene pecuniarie, nel qual caso la maggioranza dovrebbe essere almeno della metà.