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ISSN 2611-8858

Temi

Responsabilità da reato degli enti

Una aproximación heterodoxa al fenómeno del compliance. A propósito de la Sentencia del Tribunal Supremo de 28 de junio de 2018

In questa nota a prima lettura della sentenza del Tribunale Supremo spagnolo del 28 giugno 2018 si esaminano criticamente le considerazioni spese dalla seconda sezione a proposito dell’opportunità che le imprese spagnole si dotino di compliance programs per prevenire i reati commessi al proprio interno.

La vigilanza sull’attuazione del sistema aziendale di prevenzione dei reati in Italia e nei principali ordinamenti ispanoparlanti: circolazione dei modelli e specificità nazionali

La vigilanza endoaziendale sui modelli organizzativi per la prevenzione dei reati è un punto focale della nuova strategia di contrasto ai crimini d’impresa, la quale attinge ai principi della compliance penale e sta avendo larga diffusione a livello internazionale. Nell’articolo vengono comparati i sistemi di controllo previsti nell’ordinamento italiano (l’organismo di vigilanza ai sensi del d.lgs. n. 231/2001) e in quelli ispanoparlanti che dal primo hanno tratto ispirazione (soprattutto Cile, Spagna, Perù, Argentina), avuto riguardo anche al paradigma statunitense del compliance officer e alle norme tecniche più significative. Nonostante i comuni obiettivi prevenzionali, i vari schemi di controllo palesano consistenti differenze strutturali e attuative. Ad ogni modo, tra i fattori decisivi di una vigilanza efficace si stagliano l’indipendenza e l’assenza di conflitti di interesse in capo al vigilante, che devono coniugarsi con un’adeguata professionalità e la disponibilità di risorse sufficienti. Inoltre, nel selezionare le migliori tecniche di controllo non può prescindersi, a livello micro, dalle singole realtà aziendali in cui vanno innestate e, a livello macro, dal contesto produttivo e normativo-societario di riferimento

Proceso penal frente a persona jurídica: garantías procesales

In questo lavoro si analizzano le linee fondamentali del sistema spagnolo di responsabilità penale delle persone giuridiche, con particolare attenzione ai diritti e alle garanzie basilari che integrano lo statuto processuale dell’ente chiamato nel processo in qualità di responsabile del reato.

La responsabilidad penal de las personas jurídicas en el sistema español a la luz del modelo italiano de imputación al ente

Lo scopo di questo articolo è quello di fornire al lettore un quadro dell’evoluzione della disciplina spagnola in materia di responsabilità delle persone giuridiche, con un’attenzione particolare agli orientamenti sinora maturati al riguardo da parte della Procura Generale Spagnola e della Corte Suprema. L’impianto normativo spagnolo, introdotto dalla legge organica 5/2010 e poi emendato con la successiva legge organica 1/2015, appare largamente ispirato al modello italiano disegnato dal d.lgs. 231/01, sia pure con significative differenze poste in luce in questo intervento, come la cosiddetta clausola di compensazione tra la sanzione pecuniaria imposta all’ente e quella irrogata a carico della persona fisica.

Verso una responsabilizzazione del gruppo di imprese multinazionale?

Il fenomeno dei gruppi multinazionali rappresenta un tema di particolare interesse nel contesto della disciplina della responsabilità da reato delle persone giuridiche. La diffusa propensione a considerare il gruppo, ancor più delle società che lo compongono, come fattore criminogeno induce a interrogarsi sulla opportunità di una responsabilizzazione diretta del gruppo o, meglio, della controllante in cui si ravvisa il centro decisionale. Per quanto riguarda le imprese multinazionali, il d.lgs. n. 231 del 2001 disciplina, all’art. 4, soltanto il caso del reato commesso all’estero da dipendenti di una società avente la sua sede in Italia, laddove risulta invece del tutto priva di regolamentazione l’ipotesi dell’illecito posto in essere nel nostro Paese da un ente straniero. In tale articolato contesto, al fine di rendere più efficace ed effettiva la repressione della criminalità d’impresa, si rende necessaria una omogeneizzazione delle regole che a livello internazionale governano la responsabilità da reato degli enti.

La prescrizione dei reati ambientali: efficacia, coerenza, ragionevolezza?

L’indagine prende le mosse dal raddoppiamento dei termini di prescrizione disposto dall’art. 157, comma 6 del codice penale (come novellato dalla legge n. 68 del 2015) per i delitti contro l’ambiente collocati nel titolo VI bis. Di tale norma si ricostruisce significato e ricadute di politica criminale, per poi indagarne le possibili ragioni giustificatrici, nel quadro ordinamentale complessivo. Vengono quindi esaminati i relativi punti critici, sui piani sia della congruenza con gli obiettivi della riforma, sia della coerenza rispetto al sistema generale di tutela penale dell’ambiente. Si affronta inoltre il tema della giustiziabilità di tale disciplina nell’ambito del sindacato di ragionevolezza della Corte costituzionale.

Ecoreati e responsabilità degli enti

Il presente contributo è dedicato alle profonde innovazioni apportate con la L. n. 68/2015 sui c.d. “ecoreati” alla disciplina della responsabilità degli enti. Quest’ultima, introdotta dal d.lgs. n. 121/2011 che ha inserito nel d.lgs. n. 231/2001, l’art. 25 undecies, vede oggi esteso il catalogo dei reati presupposto a numerose fattispecie a tutela dell’ambiente. L’analisi si soffermerà da un lato, sulle criticità che si riscontrano nella materia, con particolare riguardo al raccordo con la nuova disciplina di estinzione delle contravvenzioni, nonché al mancato richiamo ai Sistemi di Gestione Ambientale. Dall’altro, sui possibili orizzonti della disciplina, ancora bisognosa di interventi legislativi per essere pienamente conforme ai principi di tassatività e determinatezza.

Responsabilità degli enti e reati ambientali al banco di prova del principio di legalità

Al pari di quanto accade per il diritto penale individuale, anche nel sistema di responsabilità degli enti il principio di legalità è sottoposto a tensioni, originate da opzioni ermeneutiche volte a espandere il catalogo dei reati presupposto oltre il perimetro tracciato dal legislatore. Il tema è declinato dall’angolo visuale del diritto penale ambientale che, sinora, ha rappresentato il primo e principale banco di prova per la tenuta del principio in “ambito 231”. Prendendo le mosse dal caso Ilva, il contributo ripercorre il controverso rapporto tra reati ambientali e fattispecie associativa, evidenziando come l’art. 24-ter del decreto – anche alla luce di taluni sviluppi in tema di associazione per delinquere transnazionale – rischi di trasformarsi in una disposizione passe-partout, con ricadute sulla effettiva possibilità di predisporre il compliance program e sulla stessa “colpevolezza” del soggetto collettivo. A conferma della rilevanza del paradigma associativo in questa materia, da ultimo sollecita alcune riflessioni l’introduzione, nel nuovo titolo VI-bis del codice penale, dell’aggravante ambientale per le fattispecie associative (art. 452-octies c.p.), la quale presenta, sul terreno dei soggetti collettivi, profili di irrazionalità sul piano sanzionatorio.

Responsabilità delle società per reati alimentari. Spunti comparatistici e prospettive interne di riforma

Lo stato attuale del mercato mondiale degli alimenti, dominato dalle multinazionali del settore e caratterizzato da concentrazione societaria, globalizzazione e finanziarizzazione, rende necessario responsabilizzare direttamente le società commerciali per la realizzazione dei food crimes. Circa la struttura di tale responsabilità, il paradigma basato sulla carente organizzazione interna appare il più adatto allo scopo ed anche il più coerente con la filosofia ispiratrice della fitta regolamentazione europea in materia alimentare, secondo cui i relativi rischi vanno gestiti dalle imprese con un approccio di tipo preventivo, sistematico e documentato. La questione della scarsa determinatezza dei requisiti giuridici del modello organizzativo di prevenzione del rischio-reato può essere affrontata sia attraverso un’accorta integrazione legislativa, sia recependo, in sede applicativa, gli indirizzi rivenienti dalla normativa europea, dalla soft law internazionale e dalla standardizzazione privata, che vantano una lunga tradizione nel campo dei sistemi di gestione per la sicurezza alimentare. Il recente progetto italiano di riforma dei reati in materia agroalimentare, elaborato dalla Commissione Caselli, è apprezzabile per lo sforzo di “codificazione” di un modello organizzativo-tipo dell’impresa alimentare (nuovo art. 6-bis del d.lgs. n. 231/2001). Tuttavia, il potenziamento dell’etero-normazione in questo delicato settore, per il modo in cui è stato tecnicamente congegnato, presenta diverse incongruenze e potrebbe sollevare un nuovo sciame di problemi interpretativi.