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ISSN 2611-8858

Topics

Restorative justice

The Church and the Question of Punishment

Eusebi’s considerations on the question of punishment - in the context of Christian thought - highlight the dark side of criminal law: in the light of art. 27 of the Constitution, he proposes a view of punishment as a path, rather than a rigidly counterbalanced retaliation, and points to restorative justice as a model aimed at the rebuilding of social relationships. The link to Christianity opens prospects which go beyond state justice, and raises the issue of the importance of comprehensive understandings for the rule of law to hold.

Imprisonment as a Last Resort: a Concrete Proposal

Imprisonment, due to segregation and its desocialising effects, is a penalty that, in addition to being particularly punitive, is the last legacy of an "exclusionary” concept of criminal law, which is strongly in conflict with the "inclusive” concept of criminal law shaped by the personalist principles sanctioned by modern constitutionalism. The goal to turn this penalty into a last resort can be pursued by making the choice between prison/exclusion and non-prison/inclusion not only based on the seriousness of the offence, but also trying to deal with the social dangerousness thorugh nondetentive measures and greater use of different kinds of probation. In practice, we can distinguish three types of offences. Firstly, serious offences, punished with over 4 years of imprisonment, in respect of which the convict’s social dangerousness is presumed and the sentence should be immediately executed, with a possibility of a suspension only in the final stages in order to apply parole as a probation instrument. Secondly, medium severity offences, punished with imprisonment up to 4 years, with respect to which, even with recidivists, the sentence should be suspended as a probation instrument. Finally, minor offences, punished with main sanctions other than imprisonment, with respect to which the sentence should be suspended in a special preventive function, through intimidation.

The “Caselli Commission” 2015 Project

The study analyses the agri-food and public health crimes reform Project conducted by the Caselli Commission on 14 October 2015, first focusing on the lack of current regulations both in the Penal Code and in Law no. 283/1962, then explaining the changes introduced by the Project in detail. The analysis reveals a significant demarcation in the criminal system between food safety (supplemental legislation) and public health (Penal Code), a relevant decriminalization of many offences included in art. 5 l. 283/1962, even if this is partly left to interpretation, and finally a deep innovation of the legal model of the misdemeanours. With regards to the relationship between Penal Code and supplemental law, the essay highlights how the importance of prevention increased thanks to the joint criminal and administrative discipline that regulates corporate liability for criminal code offences, but also thanks to criminal offences such as the production and sale of harmful substances for the purposes of wholesale or distribution, public health disaster with remote damages on unidentified victims, the omission to recall hazardous food-substances, and harmful food advertising.

The Criminal Policy of Interpolations

Bill n. 2067 proposes various uneven amendments to different and important sectors of the criminal justice system; it also contains some enabling acts characterized by the absence of sufficiently defined criteria, which will require the Government to make true criminal policy decisions. More generally, there is no clear design for the reform of the penalty system.

The Criminal Law Reform Raises its Sights

After the examination of bill A.S. 2067 carried out by the Judiciary Committee, the upper chamber of the Italian Parliament is called to deal with the demand for a reform of the criminal law and procedure. As far as the substantive law is concerned, while the prescription of offences due to reparative actions deserves appreciation, the tendency to impose harsher penalties certainly does not. Furthermore, it is hard to evaluate the new rules on limitation periods, but the bill really seems to struggle to define the main principles to follow in the matter clearly. And while the delegation on the subject of security measures is appreciable, it is not enough to guide the government towards a change in this field. Finally, the intentions underlying the delegation for the implementation of the so-called “code monopoly” appear to be as meritorious as they are illusory.

The Orlando Reform of Criminal Law: First Considerations

This article examines the fundamental characteristics of the comprehensive reform of criminal law proposed by Minister Orlando and currently under examination at the Senate. This reform should have an impact on many institutions of substantive criminal law – e.g., the extinguishment of a crime due to preparatory conducts and especially the statute of limitations for a crime – as well as on a number of procedural criminal law standards, which share the aim to make procedural developments more effective, even by means of a stricter deadline system for the different turning points.

Le ultime riforme del processo penale: una prima risposta all’Europa

La relazione fa riferimento agli interventi di urgenza del legislatore negli anni 2012-2014, che intendevano porre rimedio ai maggiori punti di contrasto del nostro sistema di giustizia penale con i principi fondamentali più volte enunciati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in tema di ragionevole durata del processo e di trattamento dei detenuti. Queste vistose carenze, eccessiva durata dei processi penali e sovraffollamento carcerario, sono strettamente interconnesse, poiché sul numero totale dei detenuti incide in maniera significativa la percentuale di coloro che sono in attesa di giudizio, mentre la custodia in carcere tende a trasformarsi nel surrogato di una pena destinata spesso alla ineffettività. Vengono prese in esame le riforme intese a risolvere, almeno in parte, una situazione diventata intollerabile: dalle modifiche alla disciplina sul risarcimento per eccessiva durata del processo, ai provvedimenti cosiddetti “svuotacarceri”, fino alle nuove norme in tema di sospensione del processo nei confronti degli irreperibili e all’introduzione della messa alla prova come strumento di diversion. Le scelte operate vanno nella giusta direzione, ma resta necessario incidere in maniera più decisa sui problemi strutturali della giustizia penale.

Esistono autentiche forme di “diversione” nell’ordinamento processuale italiano? Primi spunti per una riflessione

Con la diversione si intendono sottrarre al procedimento penale quei reati per i quali il processo, nella sua forma classica, viene ritenuto superfluo, se non dannoso. Ciò non significa che lo Stato rinuncia a reagire al reato in assoluto, ma che esso viene affrontato in maniera diversa, tramite modalità informali tese a raggiungere i medesimi obiettivi di prevenzione, recupero e reinserimento sociale propri della giustizia formale. L’ordinamento austriaco ne ha predisposto una disciplina particolarmente dettagliata. Alla luce di questa si compie una prima analisi del tessuto normativo italiano, allo scopo di verificare se istituti che vengono spesso presentati come vicini alla diversione abbiano davvero le caratteristiche che la contraddistinguono, arrivando a conclusioni perlopiù critiche. Il mancato pieno accoglimento delle alternative al processo nel nostro ordinamento sarebbe dovuto soprattutto alla “barriera all’ingresso” costituita dall’obbligatorietà dell’azione penale, barriera che tuttavia potrebbe non doversi considerare realmente ostativa.

L’incidenza della definizione “convenzionale” di pena sulle prospettive di riforma del sistema sanzionatorio

Il progressivo recepimento nell’ordinamento interno della nozione di “pena” elaborata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo non può che incidere anche sull’attuazione della riforma del sistema sanzionatorio delineata nella legge delega n. 67/2014. In particolare, nell’ottica di una diversificazione delle strategie sanzionatorie, attraverso una valorizzazione delle sanzioni amministrative e di quelle etichettate come “civili”, non pare comunque consentito un arretramento di determinate garanzie collegate al principio di colpevolezza, valevoli rispetto ad ogni manifestazione della potestà punitiva.

Il delitto riparato. Una disequazione che può trasformare il sistema sanzionatorio

Il saggio espone una concezione generale del delitto riparato come figura di parte generale da affiancare a quella del tentativo e del recesso attivo, quale base per una revisione generale dei rapporti tra la pena, l’autore e la vittima. Non il tradizionale modello della pena che si commisura in aumento sul male (offesa) cagionato, raddoppiandone la sofferenza contro l’autore, pur senza disporre di criteri di misura anche lontanamente comparabili con quelli “esatti” del risarcimento del danno. Al suo posto, una pena post-riparatoria che da subito si parametra a una cornice edittale diminuita per il delitto riparato (riparazione dell’offesa), a partire dalla cui mancanza (se la riparazione non c’è) nasce veramente il bisogno di pena: al posto del raddoppio del male, la pena sarà “proporzionata” per difetto in base alla riparazione avvenuta e possibile, o proporzionata “a discendere” dalla pena dei crimini più immensi e “irreparabili” contro l’umanità, o il genocidio, che non ammettono una pena superiore all’ergastolo, di fatto riducibile a 20 anni in concreto. Tutti gli altri delitti avranno una scala sanzionatoria decrescente da quei massimi. I delitti riparati, invece, salvo eccezioni dovute a scelte generalpreventive, conosceranno una diminuzione edittale pari o inferiore a quella del tentativo. In questa disequazione (delitto riparato ≤ delitto tentato) c’è la cifra epistemologica per trasformare la cultura della pena in un’idea che il delitto non paga (si restituisce il maltolto anche con confisca per equivalente obbligatoria, consegnandolo alla vittima), ma non raddoppia il male contro il reo, promuovendo invece per lui una prassi della pena agìta, anziché subìta.