El objetivo del presente trabajo es reflexionar sobre las deficiencias, desde el punto de vista de las garantías procesales, que pueden encontrarse en el procedimiento de prevención y resolución de conflictos de jurisdicción penal actualmente en vigor en la Unión Europea. Tras una breve introducción y panorámica general sobre el marco legal sobre conflictos de jurisdicción y el sistema de protección de derechos y garantías procesales en la Unión Europea, el trabajo se divide en dos partes diferentes. La primera parte se centrará en identificar y examinar los principios, derechos y garantías susceptibles de vulneración en una situación transnacional de conflicto de jurisdicción penal entre Estados miembros. En la segunda parte del trabajo, el autor reflexionará sobre las mejoras que deberían adoptarse para garantizar un mejor estándar de protección para el sospechoso o acusado, incluyendo el análisis crítico de propuestas realizadas por otros investigadores en esta materia.
Debido a la progresiva integración entre los ordenamientos jurídicos nacional y europeo, así como a la siempre mayor incidencia del derecho convencional, el tradicional sistema de las fuentes normativas está atravesando un periodo de profunda reestructuración. Nuevos y múltiples impulsos provienen de las Cortes de Luxemburgo y Estrasburgo, los cuales condicionan la actividad hermenéutica de los jueces nacionales. Este es el contexto en el cual se inserta la actual reflexión sobre la invalidez procesal y sobre la nulidad de los actos en particular: las discusiones originadas en relación a la teoría del perjuicio efectivo resultan plenamente concordantes respecto al panorama recién descrito, en el cual el principio de legalidad –también procesal– aparece evidentemente en crisis
Este trabajo analiza las líneas fundamentales del sistema español de responsabilidad penal de las personas jurídicas, con particular consideración de los derechos y garantías básicas que integran el estatuto procesal de la persona jurídica llamada al proceso en calidad de responsable criminal.
El artículo estudia la incidencia del principio de proporcionalidad en relación a las nuevas tecnologías de vigilancia, comúnmente utilizadas en investigaciones criminales. Primero se analiza el contexto normativo y jurisprudencial existente a nivel supranacional, para posteriormente concentrase en el ordenamiento italiano, examinando cómo la noción de proporcionalidad no ha estado siempre acompañada de una adecuada conceptualización.
Nel diritto dell’Unione Europea, le garanzie processuali assumono perlopiù la veste dei “principi”, i quali devono essere tradotti in “regole” da parte della giurisprudenza. Come apprestarne un’implementazione capace di assicurare risultati prevedibili ex ante e, soprattutto, di bilanciare in modo equilibrato i valori in gioco? L’art. 53 della Carta di Nizza risponde al quesito postulando un’equivalenza fra gli standard di tutela dei diritti fondamentali previsti dall‘Unione, dalla CEDU e dai sistemi nazionali. Una triangolazione che, però, non è agevole da svolgere, se si tiene conto delle antinomie che spesso gli standard in questione presentano. Nel presente lavoro si propongono alcune tecniche per realizzarla.
Lo scritto analizza il diritto alla “duplice difesa” nel procedimento di esecuzione del mandato di arresto europeo alla luce dei collegamenti fra la direttiva 2013/48/UE, da poco attuata nel nostro ordinamento con il d.lgs. 15 settembre 2016, n. 184, e la direttiva (UE) 2016/1919.
Lo scritto ripercorre brevemente il cammino del mandato di arresto europeo dalla decisione quadro originaria ai nostri giorni, soffermandosi in particolare sulle nuove prospettive di garanzia finalizzate a bilanciare la natura repressiva di tale strumento.
L’Autore presenta la prima pronuncia della Corte di giustizia sulle cosiddette direttive di Stoccolma. Dopo aver ripercorso le argomentazioni spese dall’avvocato generale, vengono analizzati i principi di diritto accolti dal giudice del Lussemburgo. Si tratta di una decisione che, pur con cautela, valorizza la portata normativa delle direttive sull’interpretazione e sulla traduzione e sul diritto all’informazione nel processo penale.
Solo in apparenza limitandosi a riproporre soluzioni già sperimentate in passato, la nuova direttiva sull’ordine europeo di indagine penale (o.e.i.) genera una vera e propria metamorfosi delle prescrizioni probatorie previste dal nostro ordinamento. Da “regole” a struttura chiusa, imperniate su bilanciamenti tra i valori in gioco prestabiliti in astratto dal legislatore, queste prescrizioni si trasformano in “principi” a struttura aperta, il cui contenuto può essere individuato dal giudice in ciascuna vicenda concreta in base ad un proprio contemperamento tra le varie esigenze che si contrappongono nella raccolta transnazionale delle prove. Di qui il rischio che le autorità giudiziarie chiamate a raccogliere e ad utilizzare prove in base alla direttiva eccedano i poteri loro conferiti. È un pericolo che, come dimostrano alcune decisioni in tema di mandato di arresto europeo, non sempre la Corte di giustizia dell’Unione Europea è in grado di fronteggiare. Un possibile antidoto è rinvenibile nello stesso diritto UE: si identifica con il rispetto del principio di equivalenza con gli standards di protezione dei diritti fondamentali rinvenibili nella CEDU e nelle Costituzioni nazionali e del principio di proporzionalità, statuiti dagli artt. 52 e 53 Carta di Nizza. Ne discende che l’Unione non tollera restrizioni dei diritti fondamentali non finalizzate a proteggere interessi degni di rilevanza, non controbilanciate da adeguate garanzie processuali e non strettamente necessarie. Alle luce di queste coordinate di fondo è possibile delineare alcune guidelines operative nell’impiego degli o.e.i. tali da interferire, in particolare, con il diritto al confronto ed il diritto alla riservatezza.
Gli ultimi due decenni hanno visto rafforzarsi nello scenario multiculturale europeo una concezione fortemente partecipativa di giustizia penale che, dovuta specie all’opera della giurisprudenza di Strasburgo, sta progressivamente diffondendosi in diversi settori del diritto processuale penale negli ordinamenti nazionali. All’interno del quadrante dell’Unione europea, superata la prima fase di normazione all’interno del III Pilastro, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha posto le basi per l’avvio di un impegno delle istituzioni dell’Unione vòlto al consolidamento di standard minimi di tutela del diritto di difesa in relazione non solo alle procedure di cooperazione ma anche ai procedimenti nazionali. Sebbene ciò abbia dato avvio a una nuova stagione d’intensa attività normativa, il carattere abbastanza frammentario delle riforme varate fa sì che la voce e la partecipazione di privati all’amministrazione della giustizia penale sia ancora debole. Il presente scritto analizza il cammino percorso dall’Unione europea negli ultimi due decenni verso il rafforzamento di difesa nell’ambito di procedure sia nazionali sia transfrontaliere, verificando inoltre se e in che misura l’armonizzazione operata dall’Unione soddisfi i livelli di tutela richiesti dalla giurisprudenza di Strasburgo e stabiliti nei sistemi costituzionali nazionali.






